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Yogurt e fiocchi di Koch

Nel Parco. 17 aprile 1992, 15,40

Yogurt, yogurt, yogurt.

Provatevi voi a leggere I fisici di Dürrenmatt, mentre la scritta yogurt vi balla sulla testa e un barattolo fa un rumore come di maracas che danno il ritmo.

Ero venuto al Parco perché dovevo finire Dürrenmatt. Saremmo andati in scena tre giorni dopo e non mi sentivo per niente a mio agio come Newton. Avevo bisogno del Parco, delle querce, dei laghetti per isolarmi, costruirmi la mia intimità e rileggere con passione il testo, sentire le battute. Così la mattina mi ero alzato con l’obiettivo di passare la giornata alla Quercia. Avevo preparato un thermos di caffè, comprato qualche panino e, col plaid sulla spalla, avevo attraversato il Parco. Solo lì sapevo trovare la concentrazione, dimenticando la stanchezza accumulata la sera prima in una di quelle prove che mi lasciano svuotato e senza energie.

Sistemarmi sotto la Quercia è uno di quei rituali che mi portano da quello che facevo un minuto prima (passeggiare guardando la città e pensando alle follie della situazione italiana e mondiale, nel caso specifico) a un nuovo stato in cui continuo a essere vigile e a notare con qualche parte secondaria del cervello ciò che mi circonda, ma m’immergo nel testo e cerco di essere non più il solito me, ma il personaggio.

È un po’ come quando vado a letto: prima sono sveglio e dopo mi addormento (o meglio leggo, che è un altro modo poi di addormentarsi), ma in mezzo c’è quella terra di nessuno in cui mi spoglio e preparo il corpo, la mente e l’animo allo stare tra le lenzuola. Oppure, quando inizio a scrivere, e mille operazioni creano l’atmosfera: accendere il computer, impilare qualche libro, raddrizzare la posizione di penne e matite, mettere l’orologio appoggiato proprio in quel modo, proprio a quel barattolo.

I preparativi sotto la Quercia erano tutto questo: servivano a creare le aspettative e l’isolamento propizio a calarmi in Newton, un matto che si crede un fisico, un fisico che si finge matto.

La Quercia. 17 aprile 1992, 15,50

La Quercia per me aveva la “q” maiuscola. La nostra amicizia risaliva a qualche anno prima, quando ero terrorizzato ancora una volta dal non sentire mia la parte nel Galileo di Brecht. Col testo in tasca e una cartellina piena di appunti sotto il braccio, avevo scoperto quell’albero ai cui piedi trascorsi una giornata di recitazione solitaria. E lì avevo capito. La mia fu una grande interpretazione, o meglio io la vivo come la mia prima grande interpretazione. Così, da allora avevo dedicato a ciascuno spettacolo un pomeriggio di studio sotto la Quercia, che così era diventata il mio portafortuna e non avevo nessun’intenzione di rinunciare alla scaramanzia, altrimenti che attore sarei stato?

Per questo, mi trovavo semi sdraiato sotto la Quercia a cercare il vero significato delle parole di Newton: <<anch’io ne capisco poco, di elettricità>>.

Yogurt, yogurt, yogurt.

<<Mi limito a formulare una teoria in merito, basata su osservazioni empiriche>>.

Yogurt, yogurt, yogurt.

<<Questa teoria io la trascrivo in un linguaggio matematico e ne ricavo un paio di formule>>.

Yogurt, yogurt, yogurt.

Vi assicuro che era difficile. Io sono un tipo paziente ed è proverbiale la mia concentrazione, d’altra parte un teatro in genere non è un posto silenzioso e appartato e bisogna saper provare uno spettacolo anche mentre vengono montate le quinte, tirati i cavi elettrici, cuciti i tendaggi, ma quel che è troppo, è troppo. Non ne potevo proprio più di quel tipo, quello Yogurt, che continuava a saltellare per il prato, ora vicinissimo a me, ora più lontano, ora sulla mia testa, ora dall’altro lato della Quercia…

Non c’era una regola, era impossibile prevedere dove sarebbe andato a finire, da dove sarebbe sbucato la prossima volta, con quale velocità, per dirigersi dove. L’unica cosa certa era che scuoteva quello stupido barattolo di yogurt! Non sembrava mica tutto in sé. Alternava suoni gutturali e inarticolati a silenzi prolungati, ma non rallentava mai il movimento del barattolo. I passi potevano essere veloci o lenti, procedere dritti o cambiare traiettoria repentinamente, ma le mani stavano chiuse intorno al suo prezioso barattolo e lo scuotevano sempre allo stesso modo, implacabilmente. I cambi improvvisi di direzione da parte di Yogurt mi deconcentravano e mi spingevano a saltellare anch’io tra il testo di Dürrenmat, il ricordo del Galileo e la sorpresa perché non mi ero accorto di quando Yogurt fosse arrivato.

Mi era capitato altre volte di leggere nel Parco. Alternando una gran concentrazione a pause nelle quali guardo cosa fanno gli altri. Ogni volta che alzo la testa dai fogli, dal libro, da quello che è, sono sempre un po’ stupito che nel frattempo sia successo qualcosa di nuovo, che sulla panchina non ci sia più il vecchio col giornale ma la ragazza col gelato, che i bambini che giocavano a palla si siano dissolti, che un colpo di bacchetta magica abbia portato via l’uomo, forse d’affari, con tanto di ventiquattr’ore, portatile e cellulare.

Così, ci misi un po’ a convincermi che Yogurt non stesse ascoltando musica, che non avesse alle orecchie nessun walkman, che non fosse impegnato in una danza. Piuttosto, Yogurt ballava coi piedi e col corpo la negazione di tutte le danze, cantava la negazione di tutte le canzoni, ma dettava col barattolo il ritmo che fonda tutte le musiche, in cui tutte le musiche si fondono.

Yogurt, mi sembrava di capirlo, era un ragazzo con qualche problema, non sembrava esserci tutto con la testa. Si stagliava grande e grosso all’orizzonte, in preda a qualcosa di tutto suo.

Il barattolo. 17 aprile 1992, 15,55

Chi aveva potuto essere così stolto da dare un barattolo di yogurt a quel poveretto? Chi aveva deciso di riempirglielo di sassolini o di pezzetti di legno, proprio come una rudimentale maracas? E perché darsi la pena di fissare il coperchio trasparente con un bello scotch robusto che il ragazzone non potesse strappare via?

Sembrava quasi che il ritmo fosse importante per lui, e così che chi gli voleva bene, chi lo aiutava, chi semplicemente gli faceva un po’ di compagnia, volesse che Yogurt scuotesse la sua maracas e che non riuscisse a distruggerla in poco tempo. Altrimenti, perché darsi la pena di costruirgliela con tanta attenzione?

Yogurt, yogurt, yogurt.

Yogurt si allontanò, lo persi quasi di vista. Poi, in un attimo, fu di nuovo nel mio campo visivo: girava su se stesso, si fermava, tutto a destra, ancora a destra, all’improvviso a sinistra, destra, dritto, dritto, destra, destra, destra, sinistra… inarrestabile, ossessivo, impossibile da seguire con lo sguardo. Ora vicinissimo, dopo un attimo lontano, infine di nuovo incombente. Non sapevo se far finta di leggere il mio Dürrenmatt o lasciarmi affascinare da quella danza aliena e primordiale, a un tempo.

<<Stefano, vieni via! Non vedi che quel signore legge? Lascialo in pace!>>, il richiamo dolcemente fermo, lanciato da un giovane poco distante, cadde nel vuoto. Stefano continuò a muoversi, senza perdere una battuta del ritmo che guidava i suoi movimenti e che lui solo sentiva.

La voce non ripeté l’ordine, segno che l’accompagnatore non si aspettava di essere ascoltato. E così fu.

Yogurt, yogurt, yogurt.

La scritta tornò a ballarmi davanti agli occhi. Per un attimo, transitò persino tra il mio naso e il libro aperto. Stefano sembrava ignorare ogni interferenza esterna. Chi era? Cosa aveva? Cosa pensava?

Non so se mi sono lasciato suggestionare dall’atmosfera del sanatorio Les Cerisiers o piuttosto da quell’apparente incapacità di reagire, ma mi sembrò ovvio che Stefano dovesse essere matto. I fisici potevano aspettare. Ora c’era qualcun altro, non più Newton né Einstein e neppure Möbius, che attirava la mia attenzione. Stefano non parlava e saltellava in modo imprevedibile di qua e di là, ora piano ora veloce, ma sempre scuotendo il barattolo, ripieno di bucce d’arachidi. E m’incuriosiva quel comportamento. Mi dicevo che la pazzia di Stefano poteva rispecchiarsi in quella del mio Newton. L’uno e l’altro tenevano la realtà fuori, non la lasciavano intrufolarsi in loro, o forse si calavano in un mondo nel quale non riuscivano a entrare?

Yogurt, yogurt, yogurt.

A essere onesti, non desideravo tanto vedere un matto all’opera per poterne mettere un altro in scena, ma ero veramente attratto e incuriosito oltre il lecito. Un po’ me ne vergognavo, mi sentivo indiscreto, nel mio piccolo un guardone.

Però mi giustificavo: stavo assistendo a uno spettacolo arcano, incomprensibile, qualcosa di fuori dal tempo, che si ripeteva sempre uguale e sempre diverso, contemporaneamente. Non vedevo in Stefano qualcosa da capire, e neppure una possibile fonte d’ispirazione per recitare in modo più consapevole. Il suo era un altro modo d’essere uomo, Stefano viveva altrove, in qualche luogo vicinissimo e irraggiungibile, se tutto questo ha un senso. Un brivido mi percorse, nonostante il sole.

Una dimensione di mezzo. 17 aprile 1992, 16,15

Stefano non sembrava cattivo, aggressivo, violento, lui non avrebbe mai ammazzato nessuno: da ben altra pazzia era animato. L’accompagnatore non era preoccupato per lui, che si potesse fare male o che potesse farne a me. Contava sulla sua innocenza.

A una mia domanda, rispose che Stefano viveva in una dimensione tutta sua, senza contatti con la nostra, quasi che stesse in una realtà tra quella del nostro mondo e un’altra più piatta, meno concreta ma altrettanto reale. Stefano si muoveva in luoghi per noi impossibili, e gli era negato arrivare dove vivevamo noi, e ciò che non poteva raggiungere era compensato da una mobilità senza uguali. Era insensibile ai richiami, alle attenzioni, alle coccole, tranne quando lo decideva. Allora sapeva anche comunicare, farsi capire, ottenere ciò che voleva.

Mi sembrava incredibile: un ragazzo, grande, grosso, apparentemente sano, non reagiva a nulla, saltellava inconsulto e scuoteva senza variazioni né interruzioni il suo barattolo! Per lui non c’era altro, solo i saltelli e il barattolo.

Avevo letto da qualche parte di una malattia che rinchiude i malati in se stessi, li fa vivere in un mondo proprio, capaci di sfuggire a ogni contatto, di ignorare ogni impulso, di non comunicare con chi sta loro vicino; una malattia silenziosa e misteriosa che fa perdere la parola, il senso degli eventi, che spinge a muoversi compulsivamente, che unisce il ritmo delle cose al movimento asincrono delle persone. Non osai chiedere all’accompagnatore se Stefano ne fosse affetto. Mi sembrava di gettarlo in un pozzo ancora più buio, volendo dare un nome al suo stato. Scacciai quell’ipotesi, prima che diventasse qualcosa di più concreto: un dubbio, una domanda, un nome. E volontariamente mi misi a pensare all’accompagnatore, che si dedicava a Stefano, apparentemente sereno, sembrava quasi divertendosi. Che cosa faceva? Chi era? A cosa pensava? Quali convinzioni lo muovevano?

<<Sicuramente, sarà uno di quei volontari, farà parte di un’associazione benefica che si prende cura di poveri e malati. Oppure, stare con Stefano è il suo servizio civile e questo è per lui il modo di servire la Patria>>. Mi sforzavo di pensare all’accompagnatore, dovevo sforzarmi, perché in realtà continuavo a essere attratto da Stefano.

Senza semplificazioni possibili. 17 aprile 1992, 16,40

Stefano ballava coi piedi e col corpo la negazione di tutte le danze, cantava la negazione di tutte le canzoni, ma dettava, col barattolo pieno di bucce, il ritmo che fonda tutte le musiche, in cui tutte le musiche si fondono.

Yogurt, yogurt, yogurt.

La scritta si ripeteva all’infinito davanti ai miei occhi e scompariva solo quando Stefano era da un’altra parte, travolto dal suo ballo silenzioso, scollegato dai versi che emetteva e dal ritmo che produceva col barattolo. Era la persona meno sincronizzata, meno prevedibile, meno regolare che mi fosse mai capitato di vedere. Non riuscivo a staccare gli occhi da quei piedi che andavano repentinamente da un posto all’altro, cambiavano direzione, spezzavano la traiettoria, ricominciavano a muoversi verso un nuovo altrove, quasi a ogni passo.

Era come se il corpo di Stefano tessesse una trama sempre più definita, sempre più delineata, sempre più fissa. Quel ripetersi irregolare disegnava una forma, per mezzo di tratti sconclusionati, di pennellate date a caso (a caso per me e per l’accompagnatore, beninteso, ma forse con un senso ben chiaro per lui). Girava su se stesso, si fermava, tutto a destra, ancora a destra, all’improvviso a sinistra, destra, dritto, dritto, destra, destra, destra, sinistra…

C’era sofferenza in quei gesti, che esitavo a chiamare movimenti, tanta era la loro casualità, tanto scarsa era la loro ragion d’essere. E che dire della contraddizione che strideva contro tutto il mio essere tra la folle danza senza orientamento dei piedi, e la ripetitività ossessiva delle mani attorno al barattolo di yogurt?

I miei pensieri su Stefano si facevano confusi: volevo guardarlo, non mi turbava, anzi, ero quasi affascinato dal suo disordinato procedere; ma tremavo all’idea di capirlo, di classificare la pazzia, di dare un nome alla sofferenza.

Catalogare i mali significa, in qualche senso, catalogare gli uomini.

Catalogare gli uomini significa semplificare là dove non c’è semplificazione possibile.

Se non potevo aiutare Stefano, cosa potevo fare di più che guardarlo?

Tornai al mio Dürrenmatt e proprio in conclusione lessi: nel paradosso si rivela la realtà. Chi si trova di fronte al paradosso si espone alla realtà. L’opera drammatica può indurre lo spettatore a esporsi alla realtà, ma non può costringerlo ad affrontarla o addirittura a risolverla.

Volevo concederci un’alternativa: gli sorrisi.

Yogurt, yogurt, yogurt.

6 Comments

  1. Luciano Celi ha scritto:

    bello!!! Bravo Dan :-)

    venerdì, ottobre 8, 2010 at 18:21 | Permalink
  2. Euro Carello ha scritto:

    Ma come trovi il tempo per fare tutto?
    Se lo brevetti, diventi ricco.
    O potresti diffondere in Creative Commons ;-)

    venerdì, ottobre 8, 2010 at 21:48 | Permalink
  3. Marco Crespi ha scritto:

    Bellissimo!

    Solo una domanda (che non è una critica e tantomeno mette in discussione la bellezza del tutto): come fa a un certo punto il protagonista a convincersi che all’interno del barattolo supersigillato ci siano bucce (d’arachidi) e non sassolini o pezzi di genrico legno come ipotizza all’inizio?

    martedì, ottobre 12, 2010 at 14:23 | Permalink
  4. Daniele Gouthier ha scritto:

    L’idea è che all’inizio ha una percezione generica del barattolo e del contenuto. Poi dopo essere stato disturbato molte volte ciascuno di noi si fa un’idea più chiara, più definita, non per forza vera, ma della quale ci convinciamo che sia così. Ed ecco le bucce d’arachidi. Io non so se ci siano o meno, ma quella è la convinzione maturata dal protagonista.

    martedì, ottobre 12, 2010 at 14:29 | Permalink
  5. Francesca Magni ha scritto:

    un racconto di grande umanità, complimenti :-)

    mi piace riscoprire nei particolari i rimandi al frattale: di suoni, di passi, di occhiate, di progressivi avvicinamenti all’altro, di ripetizioni e di misure irraggiungibili. Oggi ho colto un fiocco di neve che si scioglierà nel ricordo molto lentamente.

    giovedì, ottobre 14, 2010 at 19:27 | Permalink
  6. Danilo Cinti ha scritto:

    Daniele, il tuo sguardo sulle cose è decisamente “moderno”.
    Anzi, no; visto il contesto e il post che precede il tuo racconto, l’aggettivo più azzeccato credo sia proprio “barbaro”…

    venerdì, ottobre 15, 2010 at 10:52 | Permalink

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