La metafora è la stessa: una particella elementare, come un numero primo, è indivisibile. Essendo indivisibile è impenetrabile. E chi è impenetrabile non è conoscibile. Finché si tratta di un agente dei servizi segreti può anche andare bene. Ma nella vita quotidiana la faccenda è più complessa. Chi non riesce a farsi conoscere, chi risulta indivisibile, è solo. Non riesce a condividire con gli altri. Non riesce a condividere se stesso con gli altri.
Tutto sommato – e la somma non è tanto complicata – ci credo. Per me è così. Ogni volta che risulto difficile da capire, impenetrabile chissà poi perché, mi sento profondamente solo.
Su questa metafora, che è parte della fortuna de La solitudine dei numeri primi, era basato anche un romanzo di Michel Houllebecq, Le particelle elementari, appunto, uscito nel 1999. Di nuovo, due protagonisti che non riescono a mettersi in gioco, a toccare anime e a farsi toccare l’anima.
Recentemente, variando su questo tema, Alberto Colorni (Politecnico di Milano) e io, abbiamo condotto un piccolo aperitivo scientifico al Teatro Carcano di Milano, il 13 dicembre. Aperitivo che introduceva lo spettacolo La crittografia e i numeri primi, della compagna PACTA . dei Teatri. Un buon successo, direi. Genni et al. sono sempre bravissimi.
Arrivo al punto.
Non so perché, ma in questi giorni, i miei pensieri sulla solitudine si legano – di fronte a me - a un’immagine che ha segnato la mia generazione. Una di quelle immagini che quando le vedi pensi “Ok, da grande voglio fare proprio questo” e sai che l’hanno pensato milioni di bambini come te. E quindi non ti puoi sentire solo, non sei solo. Per quanto numero primo oppure particella elementare tu possa essere.
Poi, certo, passi il resto della vita a chiederti chi sia la tigre e se la tigre non sia, in realtà, quella buona e tu dalla parte dei cattivi. Ma a parte questi dubbi esistenziali persistenti e perenni, che fanno più parte del destino che dei pensieri di quella persona, il fatto è che quella immagine è essa stessa metafora di un progetto condiviso. Declina soltanto in maniera diversa il “prendere la luna con le mani”. Insomma, l’affrontare la tigre.
Ecco, la solitudine oggi – per me – risiede nella mancanza di multipli comuni, più che nella mancanza di divisori. O volendo, non si capisce proprio perché delle particelle elementari dovrebbero mettersi insieme. Per costruire che cosa? Quale mondo?
Fra una chiacchiera e l’altra, fra una domanda e l’altra, intanto la tigre arriva e ti mangia.